FIDUCIA/SICUREZZA


E' stato presentato il 12 dicembre del 2006 il Quaderno di Comunicazione n.6 a un pubblico di circa 600 studenti della Facoltà di Giurisprudenza. Sul tema monografico della rivista (Fiducia/Sicurezza) sono intervenuti il direttore del Dipartimento di Filosofia, Mario Signore e i professori Raffaele De Giorgi, Fernando Boero e Augusto Ponzio.
Il brano che segue è tratto dalla presentazione del direttore dei Quaderni, Angelo Semeraro.

Fiducia/sfiducia sono termini sempre più frequenti nell'agenda politica, sociale, mediatica, e segnalano un diffuso bisogno di essere assicurati, di potersi fidare, di esercitare un controllo sul futuro. Se rinunciamo alla speranza della fiducia, ha scritto Marc Augé, non ci resta più niente. Tutto il parlare, a ben vedere, è un atto di fiducia fondato sulla capacità di produrre mondi richiesti. E se ciò è vero, è vero pure che proprio la produzione dei mondi richiesti, ossia la capacità di apparecchiare il futuro, è il punto di maggiore criticità di questo nostro tempo.
L'interesse per il tema della fiducia su cui il Quaderno/6 di Comunicazione, un prodotto tutto salentino che si avvale di un prestigioso Comitato Scientifico internazionale, ha segnalato un bisogno acutamente sentito del nostro tempo che ha occupato e occupa un posto tutt'altro che marginale nelle riflessioni teoriche e nelle ricerche empiriche, ed è stato analizzata da diverse prospettive dai padri fondatori della sociologia. L'attenzione è venuta poi crescendo a partire dagli anni '90, quando si sono presi a studiare gli effetti dei processi di globalizzazione sulle persone, quando l'atomizzazione, il rischio, l'insicurezza hanno finito con l'assumere una loro valenza strutturale nelle nostre vite.
Per molto tempo si era riconosciuta l'importanza della fiducia legandola all'inevitabile vulnerabilità della condizione umana, limitandosi però a considerarla un presupposto fondamentale della socialità: un punto di partenza da cui esplorare altri problemi ad essa connessi. Il che equivale a dire che il più delle volte, anziché analizzare la fiducia nella sua specificità e nelle sue diverse dimensioni, si è finito con l'accordarle un'attenzione residua, rivolta alle sue caratteristiche universali, collegandola ad altri temi quali la legittimità, il consenso, la cooperazione e la solidarietà.
Nonostante la pluralità dei significati, vi è accordo sulla collocazione della fiducia nel campo delle aspettative di valore positivo formulate in condizioni di incertezza, causata da carenza o da eccesso di informazione, mentre è proprio sui contenuti di tali aspettative, che si riscontrano maggiori divergenze, in base alle diverse analisi dei processi comunicativi.
I contributi raccolti nel Quaderno partono da un chiarimento semantico. Raffaele De Giorgi prestando attenzione al lungo percorso che ci ha affrancati da una legame al sacro che ha fatto coincidere fiducia con affidamento, lega la fiducia al tempo. Dare fondamento al rapporto fiduciario in una semantica del sacro, significa stabilire un rapporto di obbligazioni, di sottomissioni ad una autorità, in vista di un beneficio garantito: un rapporto al quale non è estraneo il conflitto e la pulsione distruttiva.
Solo quando ci siamo affrancati dalla semantica sacrale della fiducia-affidamento, la diagnostica sociale ha cominciato a investire, sulle basi psicodinamiche che rendono possibile la crescita di fiducia e una capacità di conferirla agli altri: una storia che da Freud a Erikson e Bowlby conferma il valore di una fiducia basica impostata sull'esperienza dei piccolissimi di sentirsi amati e accettati. E' nella sicurezza che a ogni domanda, sia pure implicita, seguirà una risposta, che s'incanala nei bambini il flusso fiduciario. Egle Becchi avverte che la fiducia si alleva in uno psichismo infantile fragile e drammatico: un sentimento muto "nel quale il piccolo apprende non solo che cos'è il piacere, ma anche che il piacere assume forti tinte passionali, e da qui, "in questo segno emotivo così violento e difficile, trova - e sceglie - lo stile della sua esistenza". Fiducia come attesa, che chiede soddisfazione. Fiducia che si può anche temporaneamente perdere o smarrire, ma che se anche interrotta, dobbiamo essere certi di poter riguadagnare per non finire come quel cane di cui si parla nelle ultime pagine della Dialettica dell'Illuminismo, che dopo aver ripetutamente e vanamente tentato di aprire una porta sollevandosi per far leva sulla maniglia, finisce con l'accucciarsi intristito sull'uscio di casa. Quando l'agnizione, le ripetizioni, si spengono nella mancanza di risultati e l'impedimento è oltre la nostra portata, l'attenzione può/deve rivolgersi altrove, ma rimarrà una cicatrice, una callosità che darà luogo a deformazioni, creando caratteri duri, difficili, o renderà definitivamente stupidi, perché la domanda interdetta pietrifica la vita di relazione. Si tratta di un fenomeno ben noto alla psichiatria: quella subdola e sottile colpevolizzazione del domandante che si arrovellerà a lungo nel dubbio di aver saputo porre nelle forme giuste e alle persone giuste le domande che non hanno ottenuto risposta.
Indagando la modernità Raffaele De Giorgi, erede delle analisi di Luhmann, vede affermarsi un diritto della ragione che "pretende fiducia perché si deve autoconservare". Col corollario che chi disponga della fiducia, chi sia stato fiduciato, chi ci rappresenta, di non altro dispone che del potere di conferire a sua volta fiducia. Ma cosa accade se chi ha ricevuto fiducia ne fa un uso distorto, profittevole per sé o per una parte e non per un'altra dei rappresentati? L'analisi del portato fiduciario (la fiducia nella fiducia) si apre qui alle retoriche finzionali della comunicazione che disponendo di un sapere più ricco d'informazioni potenziano la fiducia in forme anche raffinate di rappresentazione. Economia, politica, diritto, scienza sono sistemi che apprendono da sé, spiega De Giorgi, come apprende da sé ogni altro sistema o sottosistema che usa come informazione il risultato delle loro stesse operazioni. La comunicazione politica stenta a intercettare i bisogni di sicurezza dei rappresentati. Li scopre a cose fatte e a suo rischio, ma anche a rischio della tenuta complessiva del rapporto fiduciario governanti-governati. Non si tratta quindi di una incapacità di comunicare in senso tecnico e retorico, ma di una difficoltà a dialogare con i diversi segmenti sociali rappresentati. L'autoreferenzialità della politica ha subito molti attacchi dai processi globali: i perimetri dell'azione decisionale si sono ristretti, e l'agire politico è fortemente condizionato dalle società di mercato, ma resta il fatto che ad essa resta assegnato il compito di erogare sicurezza in cambio di consenso.
Davide Torsello ha incrociato sul tema dell'incertezza sociale due casi diversi eppure speculari, il Mezzogiorno d'Italia e l'Europa post-socialista: due esperienze storiche in cui la debolezza delle reti sociali, la fine delle sovranità statuali, è surrogata dalla comunicazione che diventa rete della protezione, del sostegno, del favore personale. Le periferie sono così diventati condensati di esclusione, e la comunicazione non riesce a comunicare che marginalità. Nelle periferie, il tempo si rallenta, e la comunicazione consuma tempo e riduce le possibilità dell'accadere; i codici dei sistemi sociali vengono surrogati in funzione della riproduzione di "parassiti" che rallentano il tempo della società. Torsello incalza con un'analisi dei costi dell'economia sommersa in cui conoscenze, clientelismo, familismo e prestigio restano ancora le chiavi di accesso. Siamo, secondo gli autori, innanzi a una raffinata barbarie moderna, che distrugge le condizioni della fiducia, posticipando ogni possibilità di futuro.
Fiducia e sicurezza sono valori della comunicazione, esposizione all'altro e a se stessi, nonostante lo sforzo che pure ogni io compie nel ridurre ogni altro a disponibilità privata, di inchiodarlo a un'identità e un'appartenenza. Alla base della sfiducia Augusto Ponzio vede la paura per l'altro, l'insostenibilità del suo sguardo: un rapporto sbagliato in cui ogni singola si arrocca nell'indifferenza, perdendo occasioni per riempire di senso il tempo ("sento il tempo quando sono preoccupato per un altro. E' l'altro che ci fa sentire il tempo"). E la sua analisi incalza sugli scenari globali, sui teatri di guerra, sull'Atto finale della Conferenza di Helsinki: un "elenco di buone intenzioni" con cui l'Europa pensava di poter risolvere i problemi della propria sicurezza, appagata per averli fissati su una Carta.
La fiducia ha un movimento che dall'alto si espande verso il basso, e la sovranità elettiva, nelle democrazie, di nient'altro dispone che del potere di erogare a sua volta fiducia, ma cosa accade se quel movimento si interrompe? Può accadere che si sviluppano reti orizzontali, per lo più basate sulla cura, le pratiche di dono, che si sviluppano attraverso pratiche supererogatorie, come le chiamava Luhman, quelle ancora in grado di iniettare fiducia. In queste dinamiche orizzontali si muovono le analisi di Forges Davanzati e Pacella sulla convenienza economica della fiducia, di Gelosi, Pesare e Mola, che in alternativa al modello autoritario-prescrittivo del servizio sanitario nazionale, propone pratiche di empowerment: un flusso fiduciario circolare in cui la fiducia del medico nel paziente rafforza quella del paziente in se stesso.
Emerge dunque e si rafforza, dai contributi raccolti in questo Quaderno il portato comunicativo, relazionale della fiducia, che costituisce una sfida alle distorsioni comunicative, agli eccessi di informazioni, alle tante, troppo forme di entropie diffuse negli spazi di azione del cittadino, dell'utente e del consumatore atomizzato. Con un invito a non smarrire comunque quella fiducia di sé che va educata per tempo alla preferenza, ossia alla capacità di passare da una ristrutturazione ad un'altra, da un contesto ad un altro, quando la condivisione di un senso fosse smarrita o preclusa.

Angelo Semeraro

 

 
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