La radio, voce e voci della libertà
Dall'Italia liberata al boom economico, ai pericoli della
concentrazione
Ci
sono molte buone ragioni che giustificano questo convegno
su "Mezzogiorno di Radio. Storia/storie" con cui
chiudiamo il II e apriamo il III anno di vita del corso interfacoltà
di Scienze della comunicazione.
La prima è legata a una ricorrenza. Dalla radio a galena
a quella digitale vi sono poco più di 100 anni di vita
e di storia nazionale. Cento anni in cui la radiofonia ha
mantenuto e accresciuto il suo fascino un pò misterioso,
guadagnandosi un ruolo straordinario nel panorama dei media
di massa e della cultura del Novecento.
Sono oltre 35 milioni gli italiani che ogni giorni ascoltano
radio, abbiamo appreso dal recente convegno estivo di Santa
Margherita Ligure dal presidente di Audiradio Felice Lioy,
e un migliaio sono le emittenti in tutta Italia. In casa,
in auto, in ufficio la radio è diventata una compagna
di sfondo delle nostre attività. Una compagna fedele,
se è vero che difficilmente tradiamo il canale preferito
e di esso facciamo il nostro "tamburo tribale" (per
dirla con McLuhan): l'interfaccia tra il nostro privato e
la sfera dei rapporti pubblici.
Non vi è dubbio che questo medium di voci e suoni "parli
in altro modo alla nostra mente, stimolando interazioni che
gli altri media non richiedono" come ha scritto di recente
Menduni.
Suono e voce hanno maggiore potere di astrazione rispetto
alle immagini; sollecitano più immediatamente la nostra
intelligenza emotiva, una delle sette intelligenze gardneriane,
la più sviluppata forse nelle fasce giovanili. La generazione
visiva, quella allevata dall'occhio universale della tv, è
oggi la più forte consumatrice di radio. Una saturazione
e crescente disaffezione al piccolo schermo ha spostato un'intera
fascia generazionale sul più versatile tra i mezzi
di comunicazione, aperto a tutte le contaminazioni e interferenze
con i nuovi e nuovissimi media.
Rispetto agli altri media, la Radio fa differenza, perchè
agisce direttamente sull'intelligenza emotiva, quella su cui
continuiamo a saperne poco, ma la più ancestrale, la
più utilie a sviluppare relazioni, empatia, cooperazione,
premura per l'altro, problem solving, poiesi creativa. Un'intelligenza
non solo giovanile, ma generale, di ogni età e condizione
sociale.
Questa è una delle ragioni del successo del mezzo radiofonico:
un medium in grado di soddisfare gusti ed esigenze di fasce
diverse di popolazione. Quante Italie la radio ha saputo rappresentare
in poco più di un secolo, a quante ha saputo dar voce:
l'Italia del melodramma, dell'opera lirica, della canzone
e della musica pop; l'Italia calcistica, religiosa, letteraria;
l'Italia degli emigrati, delle differenze regionali, e tante
altre ancora.
Sui vantaggi evolutivi e semiotici della vocalità e
della sonorità, punti di forza del broadcasting sonoro,
hanno riflettuto in questi anni da prospettive diverse linguisti
e sociologi della comunicazione e dei nuovi media. Evito di
far nomi, perchè si tratta di studiosi tutti felicemente
in carriera, alcuni dei quali hanno già avuto modo
di incontrarsi nei tanti convegni che il centenario della
scoperta di Marconi ha provocato: a Torino, a Siena, a Roma,
e oggi qui, in una sede universitaria del Sud, in un corso
di comunicazione interfacoltà che entra nel suo terzo
anno di vita. Essi forniranno nella seconda e terza sessione
di oggi e domani le spiegazioni del suo successo, e ne affronteranno
da più angolazioni gli aspetti ibridativi; il suo rapporto
con le avanguardie artistiche; gli aspetti commerciali, industriali,
e le prospettive del far radio oggi, una sezione che abbiamo
voluto staccare dalla frontalità dell'aula trasferiamo
domani pomeriggio nei cantieri Koreja.
C'è tuttavia una particolare cifra identificativa di
questo nuovo appuntamento che la commissione scientifica che
ha curato questo convegno ha voluto identificare, nell'intento
di tener ben intrecciati memoria e futuro. E questa è
un'altra dell buone ragioni che ci hanno spinto a provuovere
quest'appuntamento.
Nella prima sezione si vorrebbe costruire per la prima volta,
almeno in questa formula dell'incontro dei testimoni delle
prime emittenti dell'Italia liberata, una pagina di storia
nazionale scritta dal Sud, che può avvalersi oggi di
nuovi arricchimenti.
Nei mesi successivi all'8 settembre del 1943, quando gli italiani
appresero da Radio Londra della firma dell'armistizio di Badoglio,
la radio funse da catalizzatore di sforzi per la riconquista
della libertà: fu la prima voce sonora della democrazia
riconquistata Dalle stazioni via via liberate dell'EIAR di
Bari, Napoli e Cagliari, sotto stretto controllo degli alleati,
gli italiani avrebbero avuto modo di accorgersi subito del
mutamento del linguaggio e della struttura dei notiziari.
Da Radio Bari, su cui nuove notizie aggiungerà al già
noto Vito A. Leuzzi e Antonio Rossano (che si intratterrà
più che altro sugli aspetti di innovazione musicale),
si alternarono le prime voce dell'antifascismo (Giorgio Spini,
Alba de Céspedes, Anton Giulio Majano, Pio Abrogetti,
Agostino Degli Espinosa, autore della Storia del Regno del
Sud, e tanti altri).
La rubrica "l'Italia combatte" parlava ai partigiani
ma anche all'opinione pubblica: un compito decisivo nell'orientamento
delle tante anime spesso contrastanti dell'antifascismo, soprattutto
meridionale. Fu dall'emittente del capoluogo regionale pugliese
di via Putignani che si cominciarono a diffondere nelle case
degli italiani i primi brani di jazz e il boogie-woogie. Di
questo ci parleranno sul filo della memoria gli amici di Bari,
intrecciando le loro testimonianze con quelle dei testimonials
di radio Napoli, Antonio Ghirelli (che nell'impossibilità
di raggiungerci per le sue condizioni di salute ci ha inviato
tre preziose cartelle che leggeremo); radio Parlermo, Franco
Nicastro; radio Sardegna, Antonio Santoni Ruggiu.
La sezione si chiuderà con un flash sulla radio degli
anni Cinquanta, la radio che orienta ai consumi (ne parlerà
Lucia De Nitto), ben consapevoli dei limiti di tempo e di
spazio che non ci consentiranno di far posto alle tante altre
cose che avremmo dovuto far emergere su questa fase più
pedagogica che la radio ha svolto.
Un solo esempio per tutti: sono stati raccolti e pubblicati
per la prima volta, proprio in queste ultime settimane, i
testi di un ciclo di trasmissioni radiofoniche di E. de Martino,
registrate e poi trasmesse nel 1954 dal Terzo programma della
RAI.
La "voce" di De Martino, riproposta nel 1999 da
Radio Tre in una trasmissione dedicata all'autore della Terra
del rimorso: una miniera di spunti per un lavoro didattico
pluridisciplinare che ci aiuterebbe a recuperare tutto lo
spessore culturale che sta dietro quel fenomeno di largo consumo
e di marketing giovanile che si cela nel fenomeno del tarantismo
e delle "pizziche" estive turistizzate. Il fascino
delle nenie infantili, del rituale funerario arcaico, dei
canti dell'amore e delle nozze è del tutto ignotoal
grande pubblico di media cultura. De Martino portava per la
prima volta la vita degli umili del Mezzogiorno alla dignità
della storia grande, rompendo con i paradigmi storiografici
crociani.
Ancor più preziosi questi documenti, dal momento che
la radio non dispone di un suo archivio, perchè difficilmente
si sono conservati testi destinati al consumo quotidiano di
informazioni e di intrattenimento. Dispone invece di una crescente
attenzione bibliografica, che la racconta, la indaga, ne esalta
le funzioni sociali: prima fra tutte la formazione di un comune
senso dell'appartenenza, dell'identità degli italiani,
nella vivacità delle loro differenze anche narrative
che la radio, più ancora della televisione, ci ha saputo
descrivere.
Al di là tuttavia degli aspetti storici, sociolinguistici,
industriali che verranno illustrati dei relatori della seconda
e della terza sezione del convegno, una riflessione sulla
radio non può tacere sulle condizioni in cui versa
in questo momento l'informazione e l'azienda pubblica RAI.
L'informazione - abbiamo scritto in un breve testo firmato
da alcune decine di docenti del nostro Ateneo, inviato per
iniziativa di questo nostro Corso di studio al Capo dello
Stato e ai due Presidenti di Camera e Senato - è un
bene comune ed è un esercizio di sovranità popolare
quello di vigilare sul pluralismo dei mezzi di comunicazione.
Con una certa soddisfazione abbiamo sentito riecheggiare questo
appello nelle parole del Presidente Ciampi, ma la questione
è tutt'altro che risolta e ce lo conferma ogni giorno
lo stato di degrado in cui versa la cultura editoriale del
servizio pubblico, per non parlare dell'emittenza commerciale.
Non svilupperemo analisi su questo versante o, almeno, non
ne sono previste tra le relazioni programmate, ma è
certo che lo stato di monopolio in cui versa l'intero sistema
di comunicazione radiotelevisiva rimane per il nostro paese
un'ombra, una singolare anomalia che vorremmo anche attraverso
questo convegno segnalare da un corso di studio di Comunicazione.
Angelo
Semeraro
(Corriere della Sera - 21 Ottobre 2002)
Cent'anni
di radio, laboratorio creativo per il Mezzogiorno
Mario
Soldati e Leo Longanesi si occupavano di satira, Ettore Giannini
curava un programma dal sapore fantascientifico, Luigi Compagnone,
Tommaso Giglio, Giuseppe Patroni Griffi, Francesco Rosi e
Raffaele La Capria invece venivano assunti per le trasmissioni
di varietà e, soprattutto, affiancavano Arnoldo Foà
e Aldo Giuffrè nella conduzione delle rubriche fondamentali
"Italia combatte" e "Spie al muro". Questo
era lo straordinario laboratorio creativo di Radio Napoli
tra il 1944 e il 1945, diretta da intellettuali italo americani
in uniforme, la voce dell'informazione libera dell'Italia
liberata, della propaganda antifascista e antinazista, che
incoraggiava alla guerra partigiana con lo slogan "Non
credete - non obbedite - non combattere - per il Tedesco!".
I ricordi preziosi appartengono ad Antonio Ghirelli, che tra
il 1944 e l 1945 apprende e sperimenta da giornalista, radiocronista
e regista per i microfoni di Radio Napoli, e vengono consegnati
ai lavori del convegno "Mezzogiorno di radio. Cento anni
di storia/e", organizzato dal corso di laurea in Scienze
della Comunicazione dell'Università degli Studi di
Lecce, per provare a recuperare pezzi di storia, di industria
culturale e comunicazione meridionale e rilanciare in una
diversa e nuova prospettiva territoriale le nuove fortune
del mezzo di comunicazone.
In effetti la radio dei cento anni non solo quella di Marconi
e dei regimi, come spiega il professor Semeraro, presidente
di Scienze della Comunicazione. Il medium generalista dei
salotti si è trasformato in quello incredibilmente
vivo e radicato nei consumi giovanili del presente, e oggi
a Lecce, nella seconda giornata di convegno, si riflette sul
fenomeno che vede funzionare 1400 stazioni in Italia, assiste
alla prolificazione di emittenti che trasmettono in Internet
e di un utente, spesso giovane, che la porta con sè
ovunque. Oltre l'esperienza radiofonia dell'Italia liberata,
raccontata da Ghirelli, ma anche da Franco Nicastro e Vito
Leuzzi, sostanzialmente ben oltre i consumi radiofonici nel
Mezzogiorno degli anni Cinquanta esplorati da Lucia De Nitto,
ci sono linguaggi e costumi, usi completamente trasformati,
come sostengono Daniele Pitteri e Alberto Sobrero, una radio
in costante dialogo con gli alti media, una radio che vive
una sorta di nuova e fortunata giovinezza, è quella
di Radionet, nella testimonianza di Gianluca Nicoletti e quella
del glocal medium, così come spiega Sorice, che conciclia
la dimensione globale con l'identità e le realtà
locali. E' una radio che caratterizza sempre più distintamente
la sfera emotiva della nostra società, quella che ci
accompagna nelle ventiquattrore quotidiane, davanti allo specchio
o nell'abitacolo dell'automobile, è la radio del Sud,
o se si vuole quella dell'Oriente, destinata a climatizzare
e offrire una colonna sonora che parla la musica della differenza
e delle emozioni all'intero Occidente.
Mezzo di comunicazione personale e mobile, da tempo la radio
ha abbandonato le sorti casalinghe della sorella televisiva,
si agita per le vie del mondo sotto forma di transistor, si
è miniaturizzata come apparato mentre cresceva la sua
funzione di medium delle identità e della connessione,
di strumento di informazione in tempo reale e di contenitore
soffice dell'oralità e dell'intimità. E come
se non bastasse a testimoniare i molteplici aspetti del suo
mondo vitale, in questi giorni arriva in libreria un importante
volume curata da Enrico Menduni per Baskerville, La Radio.
Percorsi e territori di un medium mobile e interattivo
(pagg. 570, euro 22). E questa ricca raccolta di saggi non
fa che confermare l'dea che il territorio e i percorsi della
radio di oggi rimangano in parte inesplorati o impalpabili,
che le sue funzioni sociali, la sua collocazione nel sistema
dei media e nell'industria culturale rimanga indefinita e
ancora difficilmente catalogabile.
Giovanni
Fiorentino
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"Mezzogiorno
di Radio" (Clicca
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