Dire di sé recensione
DIRE DI SÉ
di Palmira Gnisci
La prima volta che iniziai a scrivere un diario avevo 14 anni, ed ero da poco entrata alle scuole superiori. La mia cugina più grande mi aveva regalato una simpatica agenda con un lucchetto. Ero divertita, incuriosita ma allo stesso tempo estraniata. Come avrei trovato il tempo, ogni giorno, per scriverci sopra? E invece… è andata proprio così.
Oggi di anni ne ho 25 e di diari ne ho avuti parecchi. Certo non tutti aggiornati ogni giorno. Con il passare del tempo ho imparato a “raccontare” solo quelle vicende veramente significative. Ma ciò che maggiormente mi sorprende è come riesco a riprovare quelle stesse emozioni degli anni passati.
Prendo in mano il primo diario, lo apro lentamente e leggo la prima pagina, dove la calligrafia è veramente pessima e gli errori di ortografia sono abbastanza ordinari. Rido! Proprio in quella pagina sta scritto di come odiavo quel piccolo cerbiatto che mi sedeva accanto. Il primo giorno di scuola i professori mi fecero sedere accanto ad una ragazzina dai capelli corti e rossicci, ma con gli occhi grandi. Tra di noi fu antipatia a pelle. Forse perché non accettavo il fatto che fosse così piccolina ma allo stesso tempo femminile, mentre io ero più che altro un maschiaccio senza alcuna grazia. Non lo so bene….non ne abbiamo mai parlato. Tutto quello che ora posso dire e che quel cerbiatto è ancora affianco a me. Superato l’ostracismo iniziale, abbiamo iniziato a parlare. Ed il risultato è stato che quella ragazza ora, come allora e come lo sarà per sempre, è la mia migliore amica. Insieme ne abbiamo passate tante e ne abbiamo viste. Abbiamo visto amici andare via e altri li abbiamo persi per strada. Abbiamo assistito l’una al cambiamento dell’altra senza parlare, solo tenendoci per mano. Se per gli altri non andavamo bene non era un problema, l’importante era essere perfette per noi.
Siamo cambiate…. siamo cresciute ed io ho segnato ogni cosa. Insomma “ho detto di noi”.
Questo perché non si può raccontare di sé senza parlare, senza coinvolgere chi ci gira intorno. Io scrivo in continuazione, tanto che a volte ho come l’impressione di aver perso l’uso della parola. Perché se qualcosa o qualcuno mi tocca da vicino io gli rispondo con le lettere. Quando sono giù, quando ho qualcosa da dire di armo di penna e foglio e scrivo. Sono pensieri inarticolati, parole “buttate” qua e là. Facendo un po’ di autoironia, direi che per interpretarmi occorrerebbe uno “strizza cervelli”. L’ultima lettera che ho scritto era destinata a mia madre. Otto pagine di frasi, pensieri, segreti svelati per farle capire perché in quei mesi non ero per niente presente. Lei mentre la leggeva piangeva, talmente tanto che alla fine ha fatto piangere anche me.
A dire il vero anche questa introduzione può essere una pagina di un mio diario. Non bisogna necessariamente svelare segreti nascosti o fatti odierni, ma si può vagare come nel migliore dei sogni tra un ricordo passato ed un altro, ponendo un tassello sopra l’altro per dar vita a quella che per te deve essere la migliore delle persone: te stessa.
Nell’intervento del professore Duccio Demetrio si è parlato dello scrivere come un reincanto, ossia tornare in un angolo protetto e tranquillo. Si tratta di una scrittura che ci fa indagare nella nostra vita per riscoprire i nostri piccoli segreti. È da questo punto parte, invece, l’incanto. Il professore continuava parlando di come coloro che scrivono si sé utilizzano le antiche strutture della scrittura. Si riprende carta e penna e si “butta giù” tutto ciò che si pensa, perché nel momento che si inizia a scrivere ci si aspetta che la scrittura di un diario ci faccia bene, che possa curarmi da un qualcosa, senza che finisca in un narcisismo senza prodotto.
Riprendendo un aforisma di Calvino potremmo dire che “la spinta a scrivere è sempre legata alla mancanza di qualcosa…”. La mancanza rappresenta il focus che ci spinge a scrivere. Si tratta solo di raccontare senza un vero scopo pedagogico. È necessario, pertanto, un lavoro introspettivo. Le scritture auto-biografiche migliori sono quelle che vertono, infatti, nell’incertezza.
L’incertezza che quello che scriviamo possa darci un momento di libertà da tutto e tutti; l’incertezza che i nostri punti più intimi possano essere presi realmente in considerazione, capiti, accettati e condivisi; l’incertezza nell’ “Ascoltatore” di credere o meno che quello che ascolta sia reale o meno.
Secondo la psicologia narrativa il fenomeno dell’identità risiede nella propria auto-biografia, o meglio della narrazione della propria identità che ognuno fa a se stesso e agli altri giorno per giorno. È possibile, quindi, ipotizzare che ci siano degli elementi comuni fra il modo di narrarci, di parlare di noi stessi, e le storie che ogni giorno ci circondano. Ad esempio, se i media influenzano il modo di raccontarci, probabilmente hanno dei riflessi anche sul nostro Sé, che nasce sia dall’auto-riflessione che dal rapporto con l’altro in senso lato.
Andando ad affrontare le tre auto-biografie tratteggiate nel QC/10 da Sergio Duma (Nei labirinti del sé femminile: Peggy Guggenheim, Anaïs Nin e Fernanda Pivano), ci rendiamo conto di come in questi casi il concetto di labirinto, diventa quello di un immaginario surrealismo che alle intricate strutture dei mondi interiori dedica particolare attenzione.
“Parlando di personalità ci si riferisce al complesso insieme di sistemi psicologici che contribuiscono all’unità e alla continuità della condotta e dell’esperienza individuale, sia come vien espresso, sia come viene percepito dall’individuo e dagli altri.”[1]
Unità e continuità che unisce le tre figure femminili scelte da Duma. Figure rivoluzionarie estetiche, espressive e comunicative, che con le loro vite vissute sul filo del rasoio mettevano in evidenza proprio la loro necessità di vivere e non di sopravvivere. Godere di tutto ciò che veniva loro proposto, attraverso il sesso, il tradimento, la vendetta. Da fare da collage sono l’amore per la cultura, il chiacchiericcio futile (solo apparentemente!) dei salotti e anche delle strade. Così, seppur diverse tra loro esse possono essere messe in relazione per la sincerità a dire di sé con una schiettezza superiore a quella di qualsiasi scrittore di sesso forte e senz’altro esse possono essere annoverate tra coloro che hanno avuto il coraggio di addentrasi nel labirinto intricato della propria anima.
Sempre parlando del sé e della sincerità di mettere a nudo la propria anima, personalmente mi viene in mente il fenomeno odierno di face book. Nato per ripristinare i contatti con persone che abbiamo lasciato indietro nel corso della nostra vita, sta diventando sempre più una sorta di diario intimo dove annotare tutto ciò che ci capita ogni giorni, con la particolarità che lo diamo a vedere a tutti i nostri “amici.” La crescita di utenti che ogni giorno decidono di creare un profilo su Facebook è vertiginosa. Quota 250 milioni era stata raggiunta esattamente due mesi fa, quando i 200 milioni di profili erano stati superati neanche tre mesi prima. Un’ascesa inarrestabile che fa del social network creato da Zuckerberg cinque anni fa il più utilizzato del pianeta. Un prodotto sviluppato ogni giorno da decine di ingegneri informatici, incaricati di rendere sempre più ricca, funzionale e veloce la seconda vita che oramai Facebook rappresenta per centinaia di migliaia di persone. Nuove applicazioni lanciate con cadenza quasi settimanale, per un sistema che si fa sempre più integrato e versatile. Tema affrontato da Mimmo Pesare (Narcisismo digitale e tecnologia del sé. Facebook e la soggettivazione). All’interno del lavoro emerge la nascita di una nuova coppia di categorie per la post modernità. Lo spazio delle reti lo spazio dei flussi. Così come scrive Pesare quasi una dicotomia neokantiana che si sbarazzava, una volta per tutte, di un certo armamentario passatista di carattere umanistico. Costruirsi come soggetti, significa compiere un percorso che permetta all’individuo di sovvertire il monito del “conosci te stesso” in una declinazione semantica che sottende il concetto di cura del sé in senso autoeducativo.
Le “pratiche di soggettivazione” sono quindi rappresentate dalla tecnologia del sé, ossia da dispositivi culturali che agevolano i processi riflessivi che alimentando la soggettività promettendo forme di autorealizzazione, tra lo quali spicca lo scrivere di sé. Fenomeno simile a quello che si trova nel lavoro di Diana Salzano (Etnografia della rete).
Il mondo della rete oggi è un mondo dove possiamo vivere numerose realtà e quindi personalità. Entrare a far di quei siti come “Second Life” vuol dire appunto riscriversi una nuova identità. Un universo parallelo dove possiamo essere “adulteri al nostro io semantico”. Dove l’identità è la possibilità di rimanere in vita in una continua narrazione, andando quindi ad effettuare un percorso di identificazione, quindi una sintesi tra un nuovo nucleo invariante e una identità in continua evoluzione.
In rete vi sono incontri senza una reciproca distanza. La posizione del post-modernismo si ispira all’idea di mille idee di sé e consente di giocare nei mille laboratori della costruzione di sé. Il soggetto può avere un feed-back sociale sentendosi un altro. La comunicazione, qui, diventa ipersociale e si dà un’immagine di sé ottimale. Negli studi più recenti si mette in evidenza l’importanza dei contesti di appartenenza del soggetto e si recupera il rapporto della relazione. Relazione vista come possibilità di costruire una riconoscibilità sociale, base per la costruzione di una propria identità. Piuttosto che di invenzione si parla di rielaborazione sociale, dove Relazione e Identità sono strettamente connesse.
Ma è veramente così facile e lineare parlare di sé, delle proprie emozioni, dei propri sogni? Soprattutto, lo è quando si è consapevoli che perfetti sconosciuti andranno a leggere e a giudicare quanto noi stiamo scrivendo?
L’ “arte” dello scrivere di sé, così come ha esposto Elena Pulcini nel suo saggio introduttivo è un’operazione difficile e tutt’altro che immediata, laddove si allude alla capacità del soggetto di affermare la propria verità, di raccontarsi, di esporsi all’altro.
Al di là della narrativa, che nell’ultimo secolo ha visto in molti paesi una crescita fantastica di questo tipo di scrittura, l’autobiografia è usata in molti ambiti di lavoro: nella ricerca sociologica per esempio, in quella antropologico culturale, e naturalmente – moltissimo – nella psicoterapia. Negli ultimi anni, si diffonde sempre più il suo uso anche come attività peculiare di un insegnamento che voglia essere profondamente attivo, in cui gli studenti (bambini o adolescenti) non siano considerati solo contenitori da riempire, ma esseri ricchi per tutto ciò che hanno da dire e da raccontare, e quindi da aiutare ad esprimere le proprie storie, le proprie esigenze, con tutte le paure che la loro giovane età si porta dietro, e quindi aiutati a crescere, cercando la propria strada dentro di sé, e non seguendo quella che magari l’ambiente vorrebbe imporre loro.
Ma per poter bene scrivere di sé occorre imbattersi in quel concetto di interiorità tanto antipatico. Antipatico perché prima di esporlo agli altri, lo dobbiamo a esporre a noi stessi, e quindi riconoscerlo e ammetterlo.
Il problema principale quindi non è quello di rapportarsi con gli altri, quanto di far rapportare sé agli altri. Narrare e scrivere, quando i nostri scritti sono condivisi con altri, significa offrire ad altri la possibilità di conoscerci così come noi ci percepiamo. Significa quindi, per conseguenza, far circolare quella bellezza che noi stessi abbiamo trovato nel rimembrare. Raccontare le propri memorie, serve per lasciare ai posteri la conoscenza delle radici. Di mondi che via via stanno scomparendo. Un genitore (o un nonno!) che lascia ai figli e nipoti le memorie della propria vita, da prima ancora che i bambini nascessero, lascia loro un patrimonio meraviglioso di conoscenza, e di affetti. Narrare di sé, aiuta ad acquisire sicurezza. Ad operare delle scelte ascoltando le nostre ispirazioni personali e profonde, superando la paura del giudizio degli altri.
Esercitare la memoria, comporta anche l’esercizio dell’ascolto. L’ascolto di noi stessi. In tal modo, ci aiuta anche ad aumentare la nostra capacità di ascolto anche degli altri, e delle loro storie. Comunicazione dunque. Onde di condivisione che poi girano nell’aria.
Concluderei con la frase che più mi è rimasta impressa nelle due giornate di incontroorganizzate dal nostro Corso di studi: “Con la scrittura bisogna sentirsi autorizzati a urlare e a far rumore.”
[1] G. V. Caprara – G. Accursio, “Psicologia della personalità”, Il Mulino, Bolgna, 1999





